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19/08/12

CASTELLI DELLA PROVINCIA DI RAVENNA


BAGNACAVALLO (Castellaccio)

«Il Castellaccio è un'antica costruzione fortificata, facente parte dell'antica "cittadella" di Bagnacavallo, la cui parte originaria potrebbe risalire al XII secolo. Rimaneggiato nel Quattrocento, assunse le caratteristiche architettoniche che ancor oggi lo contraddistinguono e divenne in seguito residenza privata. L'imponente edificio si eleva su uno zoccolo a scarpa in mattoni a vista, ed ha piombatoi d'angolo alla sommità. Il portone d'ingresso, con arco a tutto sesto, dà su un androne da cui si accede alle sale a piano terra, alcune delle quali sono decorate con affreschi ottocenteschi. Un altro portone immette in un vasto cortile interno completato da corpi di fabbrica minori adibiti a servizi. Nel XIX secolo il palazzo fu sede dell'Accademia dei Cillaridi e, successivamente, di quella degli Armonici, associazioni culturali di nobili e clericali. La struttura, a tre piani, è stata abitata nel corso dei secoli da diverse famiglie nobili, tra cui i Papini, e attualmente dalla famiglia Bejor Gaiani».


BAGNACAVALLO (palazzo Vecchio)

«"Palazzo Vecchio" che si affaccia su piazza della Libertà, fu costruito a metà del XIII secolo, durante il dominio dei Bolognesi, come sede del Podestà. Oggi ospita alcuni uffici comunali e l'Ufficio Informazioni Turistiche. Distrutto da un incendio all'inizio del Settecento, venne rifatto e rialzato di un piano. A causa dei bombardamenti che lo colpirono durante la Seconda Guerra Mondiale, venne ricostruito nei primi anni Cinquanta, non rispettando esattamente le caratteristiche dell'edificio preesistente. Nel cortile interno del palazzo si trova uno degli accessi all'antica galleria seminterrata, testimonianza dell'antica cittadella, e la stele donata dal popolo armeno al comune di Bagnacavallo nel 1998. Al piano terra, è situata una grande sala pubblica utilizzata per mostre e assemblee».

http://www.romagnadeste.it/it/3-bagnacavallo/i87-palazzo-vecchio.htm


BAGNACAVALLO (Torraccia)

«La Torraccia viene fatta risalire alla fine del XII – inizio XIII secolo. La costruzione faceva forse parte di fabbricati di proprietà della famiglia Brandolini e della più antica cinta difensiva di Bagnacavallo. L’edificio ha all’interno due stanze sovrapposte con volte a crociera; i muri sud e nord hanno uno spessore di circa 60 centimetri».

http://www.guidacomuni.it/storia.asp?LUNG=21000&pag=7&ID=39002


BAGNARA DI ROMAGNA (mura, fosse castellane)

«In tutta la pianura emiliana romagnola Bagnara resta l'unico esempio di "castrum" medievale integralmente conservato. L'intero sistema difensivo fu approntato nel 1354 da Barnabò Visconti, dopo che questi aveva conquistato la località. Egli fece scavare un fossato attorno ad un muro di cinta, il tutto perfettamente visibile anche ai nostri giorni. Al castello si accedeva attraverso un'unica Porta. Le mura sono ancor oggi costeggiate, nella parte interna, dai quattro terragli, le vie ottenute con terreno di riporto, su cui, in caso di assedio, accorrevano i falconieri coi falconi e i balestrieri con le balestre per svolgere le rispettive funzioni. Non è possibile stabilire l'originaria profondità delle Fosse; ma sicuramente ancora nel Seicento vi stagnava l'acqua anche d'estate. Il loro prosciugamento fu deciso nel 1738, quando un tal Francesco Antonio Liverani s'impegnò ad eseguire quel lavoro, mediante colmata, ottenendo come contropartita il diritto di sfalciarvi gratuitamente l'erba per un quinquennio, e poi ancora di sfalciarla per un ulteriore quinquennio dietro pagamento di un modico canone. Negli ultimi decenni del Settecento nelle Fosse si praticava il gioco del Ballone. Le case tuttora situate nel lato occidentale risalgono al diciannovesimo secolo, ad eccezione del fabbricato adibito a caserma dei carabinieri che risale agli anni 1964-1965. Le Mura servivano ovviamente alla difesa contro il nemico. Su di esse erano situati sei bastioni, destinati ad ospitare i soldati con compiti di avvistamento e di difesa. Nel corso dei secoli furono necessari frequenti restauri, ma la loro ubicazione non cambiò mai. Un abbassamento di circa un metro di tutta la cinta fu operato a più riprese nel periodo che va dal 1860 al 1878, allo scopo, si diceva allora, di dare maggiore ventilazione al paese e di migliorarne le condizioni igieniche e l'estetica. Sul finire dell'Ottocento si praticarono altre tre aperture per l'accesso carrabile al paese, essendo ormai insufficiente l'accesso attraverso la Porta. In occasione dell'ultima guerra le Mura andarono quasi completamente distrutte, per cui richiesero in seguito importanti lavori di ripristino. Nei primi decenni del Novecento stazionava spesso presso le Mura la mendicante Elvira Pomidori detta la Munàca, che si fingeva paralitica all'atto di chiedere l'elemosina, però camminava speditamente quando se ne andava per i fatti propri. I più anziani dicono ancora che fa la Munàca chi si finge tonto per ottenere dei vantaggi».

http://www.grifo.org/comuni/bagnaradiromagna/index.asp




BAGNARA DI ROMAGNA (rocca sforzesca)

«La meta principale della visita [alla città] è costituita ovviamente dalla maestosa rocca di Bagnara, sorta nel XV secolo ad opera delle famiglie Riario e Sforza, i signori dell'epoca, sulle rovine del castello medievale fatto costruire, nel 1354, da Barnabò Visconti. La Rocca originale era la parte più importante del sistema difensivo trecentesco, benché più modesta e più bassa rispetto a quella attualmente visibile, con due torri simmetriche, a levante e a ponente, perfettamente uguali. Tale fisionomia fu il frutto di alcuni interventi ad opera del Visconti, tesi non tanto all'inseguimento di un puro ideale estetico ma bensì al miglioramento dell'uso a fini difensivi della rocca contro le armi manesche e da lancio. Quel primo manufatto andò completamente distrutto nel 1428 nella battaglia tra Filippo Maria Visconti e Angiolo della Pergola. Il suo ripristino richiese diversi decenni, durante i quali Bagnara passò alla Santa Sede, poi agli Estensi, poi di nuovo alla Santa Sede, quindi a Taddeo Manfredi, a Galeazzo Sforza e, nel 1479, a Galeotto Manfredi. Nel 1482 la Rocca fu assegnata a Girolamo Riario quale dono di nozze da parte di Papa Sisto IV, suo zio, assieme alle città di Imola e Forlì con le rispettive pertinenze. Alla morte del Riario, ucciso a Forlì in una congiura, gli subentrò la vedova Caterina Sforza. In questo periodo, si ha l'introduzione dei primi esempi di artiglieria da fuoco di grande levatura, le bombarde. Il loro rapido perfezionamento rappresenta un'importante innovazione nell'arte militare, spingendo in Italia e in particolar modo in Romagna i Signori dei castelli a ricorrere a numerose modifiche architettoniche, atte a contrastare la forza d'urto dei proiettili. Si sviluppa così una famiglia di forme nuove, che si staccano dalle tradizionali forme medioevali per rincorrere le forme del successivo fronte bastionato all'italiana, ma proprio perché si parla di una fase di passaggio, anche se breve, queste due caratteristiche seppur differenti tra loro convivranno all'interno delle rocche che si svilupparono durante il periodo chiamato della "transizione". Exemplum indiscusso di tale passaggio è il fortilizio bagnarese. In particolare analizzando la Rocca bagnarese si annota sotto il dominio di Caterina Sforza un importante ampliamento e sistemazione del fossato, il passaggio dalle semplici feritoie delle cortine ad ampie svasature tronco-coniche per contenere le bombarde (si notino ad esempio le aperture sulle cortine murarie del cortile a pozzo o nelle casematte del mastio); interventi simili si fecero anche per il torrione visconteo, che fu predisposto per l'utilizzo di armi promiscue aprendo al pianterreno tre fori per cannoniere e due al primo, mantenendo anche l'assetto per l'utilizzo di armi manesche. Di particolare rilievo è inoltre la realizzazione dello splendido loggiato che percorre quasi i tre quarti dell'intera cortina muraria, e presenta tutte le caratteristiche del "bello stile cinquecentesco" ovvero dell'arco con ornamento in cotto; è da attribuirsi alla scuola di Mastro Giorgio fiorentino, secondo la bibliografia locale, da identificarsi probabilmente con Francesco di Giorgio Martino (Siena 1439-1501) pittore, scultore ma soprattutto architetto militare, attivo nel pieno XV secolo in diversi centri come Urbino, Siena, Gubbio, il quale si recò anche a Milano su istanza di Gian Galezzo Sforza. La costruzione del mastio, considerato da molti studiosi una delle migliori opere d'arte fortificatoria del XV secolo in Italia, comincia nel settembre 1479; è suddiviso in tre ordini di casematte che sono costituite da camere circolari molto ampie, coperte con volte semisferiche laterizie, tuttora ben conservate.
Sul finire del 1499 la Rocca passò al duca Cesare Borgia come gran parte delle terre romagnole, ma la gloria di costui passò ben presto. Nel 1535 il fortilizio era diventato un covo di falsari che vi coniavano illegalmente monete. Nell'accordo raggiunto il 30 luglio 1562 tra il comune imolese e il vescovo di quella città, la Rocca passò sotto la piena proprietà di quest'ultimo, status ribadito nei secoli successivi. Verosimilmente nel Seicento fu soppresso il ponte levatoio, ampliata la porta d'ingresso, ostruiti con muratura gli spazi esistenti tra i merli nelle torri, che furono ricoperte con tetto. Si procedette in quel tempo ad una riconversione da uso militare ad uso civile della Rocca, che divenne residenza del commissario del vescovo al piano superiore, mentre il pianterreno fu destinato a deposito e a vani di servizio. In alcuni periodi la Rocca fu anche destinata a carcere, come si può verificare osservando alcuni graffiti in una cella posta nella casamatta superiore del mastio. Durante l'occupazione napoleonica la Rocca fu espropriata al vescovo ed assegnata al comune, che ne fece la residenza municipale. Tornata al vecchio padrone con la restaurazione del 1814, divenne definitivamente, nel 1868, proprietà del Comune che l'acquistò al pubblico incanto per il prezzo di lire 2.570 più lire 500 per le Fosse ad essa adiacenti. Furono subito necessari lavori di rinforzo e di riadattamento del manufatto; quindi fu costruita una ghiacciaia, a ridosso del suo fianco settentrionale. Dopo l'acquisto il Comune vi stabilì la sede delle scuole elementari, che vi restarono fino al 1926, quando furono trasferite nell'attuale ubicazione. Nel 1930 la Rocca divenne sede del dopolavoro fascista; durante l'ultima guerra vi trovarono rifugio diverse centinaia di bagnaresi sfollati dalle loro case. Nel 1960 fu destinata a sede provvisoria delle scuole medie, per diventare residenza municipale nel 1962. Altri importanti lavori vi furono eseguiti nel 1968, nel 1974 (dopo che un settore del mastio era crollato), nel 1986 quando vi fu soppresso il ballatoio a mezzogiorno e rinvenuto lo scivolo originale che conduceva al ponte levatoio; infine, vanno citati i lavori eseguiti negli ultimi anni, grazie ai quali gli spazi sono stati progressivamente recuperati a fini espositivi e museali. Elementi di notevole interesse sono il mastio e il cortile centrale, restituito all'aspetto rinascimentale, alcuni ambienti interni con i soffitti lignei originali, i supporti di ferro del ponte levatoio posto a mezzogiorno, i bei loggiati sulle cortine di levante e settentrione, il pozzo di riserva idrica e la scala a chiocciola formata da 78 monoliti in arenaria sovrapposti. Di sobria eleganza è l'ufficio di rappresentanza del sindaco, ottenuto dalla casamatta superiore della torre a levante, la parte più antica della rocca, nella quale è ancora riconoscibile lo stile visconteo. In detto ambiente è conservata un'interessante tavola in terracotta maiolicata dipinta a colori, risalente al 1770. La magnifica sala consiliare, ricavata da un ambiente a pianterreno, è adornata da otto importanti dipinti, arte bolognese del Seicento e Settecento, con tele che vantano attribuzioni a Donato Creti (o scuola), al Gennari, al Cavedoni ed anche al Crespi (lo Spagnuolo), lascito testamentario del ricco signor Luigi Deggiovanni, morto il giorno 11 gennaio 1841».

http://www.comune.bagnaradiromagna.ra.it/Citta-e-territorio/Cultura/Rocca-Sforzesca


BAGNARA DI ROMAGNA (Torrioncello)

«Via Terraglio a Ponente-angolo Via Terraglio a Settentrione. Piccolo bastione di nord ovest, lungo la cinta delle mura. Ospita oggi la biblioteca comunale e l’archivio storico».

http://gerico.sis-ter.it/prado_apps/ere/ere_bagnara/index.php?page=infocitta&type=da_scoprire&bds_cod=BDS0000001&fotostoriche=y


BRISIGHELLA (porte, mura, Torretto)

«Torretto. È un bastione della cinta muraria quattrocentesca, ancora visibile per un tratto. Un secondo bastione è costituito dall'abside della chiesa di S. Croce. Le mura cittadine erano interrotte da tre porte: Buonfante, Fiorentina e Gabalo, verso Faenza».

http://www.brisighella.org/storia/il_borgo/edifici_e_monumenti?phpMyAdmin=DXb5i600UPZ,kqOEDVWCY7KqyD3

«Porta Buonfante. Vi si arriva dopo aver percorso la caratteristica strada acciottolata, su cui si affacciano basse casette. La porta, abbattuta nell'Ottocento, conduceva verso i campi, sui fianchi della collina. Una lapide segnala che nelle vicinanze esisteva fin dal 1626 un pilastrino con un'immagine della Madonna, in seguito trasferita nel santuario in cima al colle e venerata sotto il titolo del Monticino. Porta delle Dame. Ingresso al cuore antico del paese e alla via del Borgo o degli Asini. La denominazione sembra derivi dal fatto che qui le signore del paese accoglievano i forestieri. Il nucleo originario di Brisighella si sviluppò ai piedi dello spuntone gessoso su cui si ergeva una fortificazione (oggi torre dell'orologio), fatta costruire nel 1290 da Maghinardo Pagani da Susinana per controllare il castello di Baccagnano, sulla riva destra del fiume Lamone. Qui si erano rifugiati i Manfredi, signori di Faenza, dopo esserne stati da lui cacciati. Quando il castello di Baccagnano fu espugnato, gli abitanti di quel borgo oltrepassarono il fiume e costruirono le loro case, addossandole allo sperone roccioso su cui sorgeva la torre, usando come materiale dei blocchi di gesso, collegando i piani più alti alla parete rocciosa tramite piccoli ponticelli, ancora oggi visibili».

http://www.brisighella.org/storia/il_borgo/le_piazze_e_le_porte?phpMyAdmin=DXb5i600UPZ,kqOEDVWCY7KqyD3

BRISIGHELLA, ROCCA VENEZIANA







Epoca: inizi del XIV secolo.

Conservazione: buona. Il fabbricato è visitabile il sabato e nei giorni festivi.

Posizione: N 44° 13' 29.7" E 11° 46' 12.8".

Come arrivarci: Brisighella si trova nella valle del Lamone, a circa 12 Km da Faenza, sulla statale 302 che collega Faenza a Firenze. La rocca è raggiungibile a piedi dalla centrale piazza Marconi per irto sentiero scavato nel gesso, oppure in auto seguendo le indicazioni per Riolo Terme. Se si sceglie questa seconda alternativa, sicuramente più agevole, percorso poco meno di 1 chilometro in forte salita, all'altezza di un tornante occorre prendere sterrata sulla destra con indicazioni "Torre dell'Orologio" che in pochi metri ci conduce ad un piccolo piazzale sul retro della rocca, dove è possibile parcheggiare l'auto.

Cenni storici.
La rocca, posta su uno scoglio di selenite che domina il paese di Brisighella, risulta tutt'oggi un ottimo punto di osservazione su tutta la valle e sul sottostante centro abitato. Vi si accede percorrendo un breve stradello che costeggiando le alte mura conduce al portone di ingresso rivolto verso un giardinetto a picco sul paese, dal quale si può ben vedere l'antistante torre dell'Orologio, altro simbolo di Brisighella, edificata su uno dei tre colli selenitici che sovrastano il paese. Superato l'angusto ingresso ci si trova in una saletta di passaggio dalla quale si può accedere al vasto cortile interno, oppure entrando in una ulteriore porticina sulla destra si può visitare il "Torricino".
Al piano terreno gli accessi alle prigioni e al pozzo a rasoio (entrambi non visitabili), si segue quindi una angusta scala a chiocciola sulla quale si affacciano piccolissime stanze prive di finestre utilizzate come dormitorio per i militari a presidio della fortezza. Al culmine della scala un'ampia e circolare stanza utilizzata come posto di guardia.
Il Torricino costituisce la parte più antica del castello edificato nei primi anni del 1300 dai Manfredi, e all'epoca era l'unica torre esistente. Da questa si può accedere al camminamento di ronda, recentemente attrezzato e "messo in sicurezza", con la possibilità quindi di percorrere l'intero perimetro della mura, oppure tramite un ponte interno si può raggiungere la Torre dei Veneziani, così chiamata perché edificata nel secolo XVI durante la dominazione della Repubblica di Venezia.
Anche questa torre è caratterizzata da una lunga scala a chiocciola, più angusta della precedente, sulla quale si affacciano piccole stanze buie. La torre è suddivisa in sei vani sovrastanti di cui i primi due adibiti a raccolta delle acque e sala delle torture, i successivi tre ad uso abitativo del castellano, e l'ultimo a punto di osservazione dal quale si può ben controllare l'intero territorio circostante al castello e, tramite feritorie sul pavimento, anche le zone attigue alle mura.
Ridiscesi nell'ampio cortile interno, un tempo utilizzato durante le invasioni per raccogliere l'intera popolazione, la visita ha termine con l'accesso ai cunicoli sotterranei un tempo destinati allo stoccaggio di derrate alimentari e delle armi.
La prima roccaforte fu costruita nel 1310 per volere di Francesco Manfredi signore di Faenza. Conquistata dallo Stato della Chiesa che ne detenne il potere dal 1368 al 1376, ritornò successivamente sotto il controllo dei Manfredi quasi ininterrottamente per l'intero corso dei secoli XIV e XV. In questo lungo periodo fu soggetta ad ampliamenti e ammodernamenti a cura di Galeazzo Manfredi nel 1394 e di Astorgio II nel 1457 e 1466.
Conquistata da Cesare Borgia (il Valentino) nel 1500, alla sua caduta, avvenuta nel 1503, fu conquistata dai Veneziani. All'epoca la rocca possedeva solo la torre minore (detta il Torricino): è sotto il dominio della Serenissima che essa viene ulteriormente ampliata e dotata dell'imponente torrione circolare.
Riconquistata dalle truppe papaline nel 1509, a parte la breve parentesi napoleonica restò sotto il controllo della Chiesa fino al 1860, anno dell'annessione al Regno d'Italia.


http://www.mondimedievali.net/castelli/Emilia/ravenna/brisighella.htm


BRISIGHELLA (ruderi del castello di Rontana)

«Il castello, di proprietà di Ugone di Rontana, si ergeva sulla cima del monte Rontano ed è ricordato per la prima volta nel 973. Nel 1201 fu espugnato dai forlivesi per tornare dopo 8 anni nuovamente in mano ai faentini. Nel 1291 fu dei Manfredi e l'anno successivo fu conquistato da Maghinardo Pagani di Susinana, che riedificò il castello, precedentemente distrutto, curando anche la ricostruzione della Pieve. Nel corso dei secoli successivi passò più volte di mano: nel 1310 vu venduto dai Fantolini al Manfredi, dal 1361 fu sotto l'alterno controllo dei Manfredi e della Santa Sede. Nel 1405 fu effettuato un restauro da parte di Astorgio Manfredi. Otto anni dopo se ne impossessò nuovamente il Papa che lo diede ai Manfredi di Marradi; ritornò di nuovo ai faentini che vi rimasero fino al 1500, quando venne espugnato da Dioniso Naldi per conto di Cesare Borgia. Nel 1506 fu dei Veneziani, poi tornò alla Santa Sede e nel 1591, papa Gregorio XIV lo fece distruggere, essendo rifugio di una grossa orda di briganti. Oggi non restano che pochi ruderi, completamente invasi dalla vegetazione».

http://www.venadelgesso.org/caseborghi/rontana/roccarontana.htm


CASOLA VALSENIO (il Cardello)

«Il singolare edificio in cui Alfredo Oriani (1852 - 1909) trascorse quasi intera la vita e scrisse tutte le opere, sorge in uno dei tratti pittoreschi della valle del Senio.Si ignora l’epoca in cui fu edificato, ma sappiamo Il Cardelloche costituì per un lungo periodo la foresteria dell’abbazia di Valsenio, risalente forse al sec. XI (attestata comunque dal 1126). È verosimile che il Cardello, nella sua originaria struttura romanica, sia di poco posteriore all’abbazia. È invece documentato che nel 1419 esso fu concesso in affitto, con le terre adiacenti, per quindici anni. Numerosi contratti di vendita e di enfiteusi e di vendita si susseguirono dal sec. XV al sec. XIX, quando il 26 settembre 1855, Luigi Oriani, padre di Alfredo, acquistò la tenuta e la villa, che divenne la dimora stabile degli Oriani. L’aspetto attuale dell’edificio risale al 1926. La documentazione fotografica dimostra che, più che di un restauro, si trattò di una disinvolta ristrutturazione, solo in parte rispettosa dei valori architettonici originari. I guasti provocati all’edificio nel corso dell’ultimo conflitto furono riparati con un certo rigore, anche se con evidenti stonature nella scelta dei materiali.oriani. Resta comunque il fatto che la mole del Cardello, pur nel suo ormai sedimentato intreccio di romanico autentico e di finto antico, costituisce un monumento di indubbio interesse, la cui austera suggestione è accentuata dalla stupenda cornice del parco. ...».

http://www.comune.casolavalsenio.ra.it/index.php/docs/437

ROCCA DI MONTE BATTAGLIA, Casola Valsenio







Epoca: primo impianto XII secolo.

Conservazione: resti.

Posizione: N 44° 13' 05" E 11° 34' 48".

Come arrivarci: dall'autostrada A14 (Bologna Taranto) uscire al casello di Castel Bolognese, seguire poi le indicazioni per Riolo Terme, Casola Valsenio (km 26.5 dal casello). Poco prima di giungere al paese di Casola deviazione sulla destra per Fontanelice (strada della lavanda). Percorsi circa 5,5 Km si giunge al passo del Prugno, qui prendere deviazione segnalata sulla sinistra da seguire per circa 2,5 km.

Cenni storici.

Monte Battaglia è un colle di 715 metri posto cavaliere fra le valli del Senio e del Santerno, punto strategico per il controllo del territorio; dalla sua sommità si può ammirare un superbo panorama circolare che spazia dalla pianura Padana alle più alte propaggini dell'Appennino. L'origine del nome è ancora oggi un enigma irrisolto, fra le varie ipotesi le più accreditate individuano nel toponimo un'alterazione del termine longobardo pataia, cioè lembo di stoffa che sventola, ovvero vessillo o bandiera mossa dal vento sulla cima della torre di Monte Battaglia.Un'altra ipotesi riconduce alla guerra tra Goti e Bizantini, quando Totila nel 542 batté sull'Appennino in uno scontro sanguinoso le schiere imperiali, prima di sterminarle a Faenza. Certo è che per il controllo di questa altura si sono succedute sin dai tempi remoti e fino all'ultimo conflitto mondiale diverse e sanguinose battaglie.
Giunti al piazzale sottostante la cima del monte, per breve ma ripida strada sterrata si giunge all'altopiano. Prima di accedere all'area dei resti della rocca si transita per una piazzetta nella quale è stato posto un monumento bronzeo dello scultore Aldo Rontini a ricordo dei cruenti scontri avvenuti dal 27 settembre all'11 ottobre del 1944 fra Partigiani, Americani e Inglesi da una parte e Tedeschi dall'altra parte. Le due grandi statue raffigurano Davide che sconfigge Golia a combattimento ormai concluso, richiamando il senso della vittoria e degli ideali sulla forza bruta, ma anche per la posizione dei combattenti, la pace che segue ogni guerra e il senso di umana pietà nei confronti dei caduti di tutte le parti.
Della rocca, posta sul punto più alto, resta ben poco, ad un primo sguardo si può pensare più ad una torre di vedetta che ad una vera e propria rocca, ma tutto intorno si possono ancora osservare i resti delle mura perimetrali e delle antiche fortificazioni. Scavi archeologici effettuati nel corso degli anni '80 hanno riportato alla luce diverso materiale, consentendo la localizzazione di strutture al servizio della rocca risalenti al XV secolo, oltre al ritrovamento di diversi focolari e suppellettili da mensa e cucina. Tipica rocca dell'Appennino, strutturalmente semplice e con scopi esclusivamente militari, possiede un maschio quadrangolare di circa 6 metri di lato e originariamente con altezza dicirca 18 metri, addossato ad una cortina muraria di 30 metri per 12 (pochi resti) che cingeva l'intera altura. All'interno vi erano alloggi (oggi non più visibili) per alcune decine di uomini armati.

Storia:
Le prime notizie certe sulla rocca risalgono ad documento del 1154 che cita il luogo come "castrum de Monte Battalla". Soggetta alla famiglia dei Campalmonte, ed al controllo degli Imolesi.
Nel 1390 viene conquistata e distrutta dai Bolognesi, convinti che il luogo fosse diventato rifugio di banditi. Nel 1392 entra in possesso della famiglia degli Alidosi di Casteldel Rio che la ricostruiscono nell'impianto ancora oggi in parte visibile. Nel 1427 sotto il controllo della Santa Sede il possesso passa alla famiglia dei Buonmercati, e dal 1435 ai Manfredi di Faenza a cui succede la famiglia dei Riario e in seguito alla morte di Girolamo Riario avventa nel 1488 il possesso viene trasferito alla vedova Caterina Sforza, signora di Forlì e Imola. Risale a questo periodo la costruzione di un poderoso bastione triangolare in parte ancora esistente posto a rafforzamento della torre principale.
Come la maggior parte delle rocche romagnole, anche Monte Battaglia subisce nel 1502 la conquista del Valentino, figlio del papa Alessandro VI, inviato dal padre in Romagna per ricostituire l'ordine fra le signorie della regione che avevano sottratto al papa il potere temporale, ma avevano fatto precipitare la popolazione in uno stato di anarchia. Così come dopo appena due anni cade sotto il dominio della Repubblica di Venezia che occupa tutti i punti strategici dell'entroterra fra Ravenna e Cervia.
Restituita al controllo della Santa Sede nel 1505, vi si insedia il commissario pontificio Giovanni Teodoli a cui succede il conte Vincenzo Buonmercati. Aggregata al territorio di Casola Valsenio giurisdizione di Imola, con l'avvento delle armi da fuoco e di nuove tecniche di guerra la rocca perde interesse militare e viene abbandonata. Divenuta ben presto rifugio di briganti e di una banda di falsari, attorno al 1550 i Casolani avanzano al Pontefice richiesta, rimasta senza esito, di demolizione.
Definitivamente abbandonata e parzialmente distrutta attorno alla metà del XVII secolo, negli anni successivi il luogo viene ceduto a privati e trasformato in podere condotto a mezzadria.
Definitivamente abbandonato nel 1941, all'inizio dell'autunno del 1944 è teatro di una delle più feroci battaglie fra partigiani, Americani e Inglesi da una parte e Tedeschi dall'altra, con oltre duemila caduti. Della rocca al termine dei bombardamenti restava solo il troncone della torre e parte della cinta muraria.
Nel 1983 a seguito di cessione del terreno al Comune di Casola Valsenio, hanno inizio una campagna di scavi archeologici e un progetto di recupero che consente la ricostruzione dei solai in legno della torre e il consolidamento dei resti della cinta muraria.


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